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Il progetto RITES: indagini bioarcheologiche sui rituali di doppia sepoltura e paleopatologia presso il DISS
La dottoressa Roberta Fusco, vincitrice di un prestigioso finanziamento FIS 3, guida il Progetto RITES presso il Dipartimento di Scienze della salute dell'Università del Piemonte Orientale. La ricerca indaga i rituali della doppia sepoltura con un innovativo approccio interdisciplinare, unendo indagini osteologiche, archivistiche ed entomologiche. Il progetto apre nuove prospettive storiografiche sulle pratiche funerarie e sullo stato di salute delle comunità del passato, valorizzando un patrimonio culturale ancora inesplorato.
Di Simone Sarasso
Data di pubblicazione
credits © Roberta Fusco
Esplorare l'umanità del passato per restituire alla collettività frammenti dimenticati della nostra identità culturale e sociale. È questa la missione di Roberta Fusco, antropologa fisica e culturale con competenze specifiche in paleopatologia e in ricerca storica. Il suo lavoro si concentra sullo studio di resti umani antichi – mummie, scheletri o resti cremati provenienti da scavi, cripte e chiese – per ricostruire lo stile di vita, le attività lavorative, lo stato di salute e le patologie delle popolazioni del passato.
Un percorso accademico di eccellenza, confermato nel 2025 dall'ottenimento del "Seal of Excellence" della Commissione Europea (nell'ambito delle Marie Skłodowska-Curie Actions) per un progetto, in collaborazione con l'University of Copenhagen, volto a sviluppare nuovi strumenti diagnostici basati sulla tomografia computerizzata per lo studio dei resti mummificati.
Oggi, la ricercatrice è Principal Investigator del progetto RITES, un'indagine pionieristica sulle pratiche funerarie in Italia tra il post medioevo e l'età moderna. Come lei stessa afferma: «Studio quell'umanità che non c'è più, ma che, attraverso la ricerca scientifica, può continuare a raccontarci la sua storia».
RITES è finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca attraverso uno Starting Grant del Fondo Italiano per la Scienza (FIS 3). Si tratta di un'assegnazione altamente competitiva, un successo che certifica l'assoluto valore scientifico della ricerca. Il progetto trova la sua naturale collocazione presso l'Università del Piemonte Orientale, e in particolare all'interno del Dipartimento di Scienze della salute, diretto dalla professoressa Lia Rimondini.
RITES, che avrà una durata di cinque anni e prevede l'attivazione di 7 posizioni di dottorato di ricerca, si concentra su un fenomeno un tempo ritenuto isolato e limitato al Sud Italia, ma di cui oggi si contano circa 80 siti su tutto il territorio nazionale. Si tratta del rituale della cosiddetta "doppia sepoltura", che aveva luogo all'interno dei putridarium, ambienti ipogei e stanze sotterranee in cui i defunti e le defunte venivano posti e poste su sedili in muratura per un processo di scolatura prima della sepoltura definitiva.
Non si trattava di un'usanza macabra, ma di una complessa liturgia di purificazione riservata a congregazioni elitarie (confraternite, monasteri, consessi nobiliari). «Il corpo diventava specchio della condizione dell'anima» spiega Fusco. «Così come l'anima per arrivare in paradiso doveva attraversare diverse fasi di purificazione in purgatorio, così il corpo era tenuto ad attraversare diverse fasi di purificazione in queste strutture». Attraverso il dialogo tra storia, archeologia, antropologia fisica ed entomologia forense, RITES non solo ricostruirà le pratiche funerarie, ma esplorerà le concezioni culturali della morte nelle società passate, promuovendo inoltre l'apertura al pubblico e la conservazione di questo patrimonio.
Una delle diramazioni più affascinanti della ricerca riguarda l'indagine sulle condizioni di salute delle popolazioni femminili, con particolare attenzione alle comunità monastiche. Lo studio di monasteri e cripte sta offrendo una vera e propria revisione storiografica sul fenomeno del "monachesimo forzato". L'integrazione tra analisi osteologica e documenti d'archivio rivela che molte donne destinate al convento presentavano deformità fisiche, cecità, miomi uterini o patologie psicologiche che avrebbero precluso loro il matrimonio e/o la gravidanza.
«Una ricerca così innovativa e interdisciplinare necessita di un ambiente accademico aperto, capace di supportare un team eterogeneo composto da storici, entomologi, archeologi e letterati». Un ecosistema dinamico che la dottoressa Fusco ha trovato proprio nell'Università del Piemonte Orientale. Affacciarsi su queste vite dimenticate significa aprire «scenari di ricerca incredibili» e trovare «un'altra storia meravigliosa da raccontare». Come conclude la ricercatrice, l'obiettivo ultimo è restituire alla collettività questi luoghi: «perché fanno parte del nostro patrimonio culturale e della nostra identità. E la nostra identità si fonda poi su quella delle persone che sono arrivate prima di noi».
Ultima modifica 23 Giugno 2026
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